Emma rapita a fin di bene

Emma aveva 23 anni ed una buona dose di angoscia accumulata da cui tenersi lontana. Voleva separarsi da quella vita preconfezionata che le aveva imposto sua madre. Aveva dovuto accettare fin da piccola di vedersi solo con amichette ed amichetti selezionati. A sedici anni si era dovuta separare dal ragazzo che amava tantissimo, solo perché ritenuto troppo ‘fuori’. Adesso, dopo quattro lunghi anni d’università ed appena tre esami dati, diventare psicologa non era più il suo sogno nel cassetto, ma il suo incubo. Per riuscire a pagarsi almeno qualche uscita fuori la sera con le amiche, aveva cominciato a fare la segretaria part-time nella sede di un giornale di annunci. Aveva trovato l’annuncio di lavoro su un bigliettino appiccicato in facoltà e si era subito presentata. Lavorava quattro ore la sera, dalle nove a mezzanotte.

La sua vita fu sconvolta una calda sera di fine maggio, mentre se ne stava a fumare una sigaretta in strada, di fronte all’ufficio. A quell’ora le matricole passavano per recarsi a qualche festa in un locale o in casa, ed Emma fu avvicinata da uno sconosciuto che teneva una mappa in mano.
“Mi scusi, sa mica dov’è il 315 di Corso Malta? Sono almeno venti minuti che faccio su e giù, ma non riesco a trovarlo. La mappa mi dice che è proprio qui di fronte, ma dovrebbe essere un ristorante.. e qui non ne vedo”.
Emma si dimostrò subito gentile con l’avventore e prese in mano la mappa per capire meglio. Dopo pochi secondi però lo straniero con un rapido movimento si portò dietro di lei e le mise una mano alla bocca per non farla strillare. Senza che quasi lei se ne accorgesse, spuntarono dal buio altri due uomini. Assicurandosi che non strillasse la presero e la caricarono su di un furgone che fino a quel momento era stato aperto. Appena il portellone fu serrato, l’uomo che le aveva chiesto l’informazione le tolse la mano dalla bocca e la sostituì con una fascia elastica ed una pallina che le impediva quasi di respirare, facendola assomigliare ad una maialina al forno. D’un tratto intervennero anche gli altri. Emma sentì che i suoi pantaloni scivolavano in basso. Mani frenetiche si avventarono sulla sua biancheria intima per strapparla via. Le faceva male, aveva paura e per lo spavento si era fatta anche un goccino di pipì addosso. Però si sentiva come in gioco, non aveva alla fine paura per la sua incolumità.
Appena le tolsero le mutandine si sparse nell’aria l’odore fresco e dolce della sua passerina e tutti ne furono inebriati. Non poteva vederli certo, ma sapeva che – come l’odore si era sparso nell’aria, loro si erano fermati, ammutoliti. Emma approfittò di quel momento per aprire la bocca più che poteva e gridare, ma uno di suoi rapitori se ne accorse subito e le ficcò in bocca gli scampoli rimasti della sua biancheria intima. Poi le sfilò con violenza una calza autoreggente di nylon e con il collant volle avvolgere ancora meglio la pallina sulla bocca che le impediva di parlare.

Era una situazione davvero strana. Di fatto la stavano quasi stuprando, ma lei non aveva paura, non aveva quell’allucinante paura degli estranei che le era venuta la prima volta quando, rincasando la sera tardi, aveva scoperto un ladro in casa.
Ora le avevano preso i polsi e le stavano legando le mani sopra la testa, questo le faceva male. Ma l’unica cosa a cui pensava, in quei tumultuosi momenti, era che i suoi violentatori indossassero il preservativo. L’unica paura.
Ed a quanto pare il suo desiderio fu esaudito, perché li sentì per un attimo tutti e tre fermarsi, scartando una confezione, poi annusò nell’aria quel tipico odore di profilattico.
Nel mentre la trascinavano come un pezzo di carne sopra quello che pareva essere un crogiolo di coperte e cuscini dentro al furgone, sentì che qualcuno aveva messo in moto. Ci furono circa cinque minuti di tragitto con molte curve e deviazioni, poi il furgone si fermò lentamente in un luogo silenzioso… non passavano altre macchine. D’improvviso sentì un grosso dito bagnato e freddo che le sfiorò dall’esterno la fica… cercò di chiudere le gambe istintivamente, ma venne bloccata subito. Il dito medio sempre più inumidito di saliva cominciò a diventare tiepido e lei smise di opporre resistenza. Chiunque fosse aveva le mani grosse e nodose. Con l’osso del pollice le massaggiava in alto e con il dito medio la penetrava sempre più in fondo. Nel frattempo cominciò a sentire un lieve formicolio all’altezza della coscia destra, l’unica ancora avvolta dai collant e delle caviglie. Una sensazione di freddo, qualcosa di viscido… lingue! La stavano leccando! Piano piano arrivarono su fino all’ombelico… anche se lei cercava di darsi un contegno, quel turbinio di lingue di uomini sul suo corpo la stavano davvero mettendo in subbuglio e la sua fichetta cominciava a rispondere ai movimenti sinuosi della mano gigante che vi s’intrufolava dentro.

Poi i tre cominciarono a parlare, forse in italiano, forse in un dialetto semisconosciuto. Dopo pochi secondi si misero d’accordo…in due la presero per le chiappe dal sotto divaricandole le gambe… uno si collocò davanti e cominciò a leccarle la passera. Aveva la lingua dura, una grande lingua da manzo e dopo alcuni colpi lei non riuscì più a trattenersi e cominciò a contorcersi… si sentirono sghignazzare i tre e dopo poco uno tirò fuori un coltello, una lama da trenta centimetri, e l’appoggiò fredda sulla coscia di Emma, che ebbe un sobbalzo su se stessa, ancora in preda alle convulsioni orgasmiche.
“Ora ti tolgo tutto l’ambaradan dalla bocca, devi farci un servizietto… prova anche solo a parlare a voce alta o urlare ed assaggerai questa lama!”
Senza poter fiatare se non con il naso, annuì e dopo pochi secondi venne slegata. Uno ad uno le si avvicinarono e le infilarono il cazzo in bocca, o meglio, la cappella, perché anche se spingevano, lei sembrava non lasciarli entrare più di tanto. Se li succhiava come dei ghiaccioli calippo, gustandone il sapore.
“Grazie!” d’improvviso le scappò di bocca quella parola, quando, dopo ripetute suzioni e stuzzicamenti con la lingua intorno al prepuzio, si sentì la bocca inondata di calda crema dolciastra, e senza pensarci su due volte cominciò a deglutire. Dopo aver succhiato ed ingoiato era rimasta a bocca aperta pulendosi con le dita le ultime gocce di sborra che stavano cadendo verso il basso.
A quella visione d’impeto anche gli altri due uomini, il cui volto non poteva che scorgere – nella penombra, le saltarono addosso, appoggiandosi sul suo petto, per scaricarle in bocca il frutto del loro peccato.

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