Pigiama party tra giovani studentesse

Mi ero svegliato quella mattina con la testa che scoppiava, ancora annebbiato dai fumi delle bevute della sera prima. Non ricordavo quasi nulla, se non che circa due settimane prima avevo compiuto diciotto anni, e da allora era stata una continua festa.
Mi recai in bagno per lavarmi il viso e portandomi le mani sotto il naso, per sistemare i baffi davanti allo specchio, sentii uno strano odore dolciastro che proveniva da pollice, medio e indice. Era odore di fica, ne ero certo, le dita ne erano impregnate. D’un tratto, mentre l’acqua scorreva, mi zampillò in mente un particolare importante della serata appena trascorsa. Ero stato a letto con una donna, ne ricordavo vagamente i tratti del volto, i contorni del sorriso. Intravedevo i suoi capelli rossi nella luce che filtrava dalla finestra alta del bagno per portarmi il giorno in casa. Senza neanche accorgermene sentii un grosso rigonfiamento dalle parti delle mutande e fui pervaso dal ricordo di quell’impresa sessuale a cui mi ero dedicato (…mi ero dedicato?) la sera prima. Ma non riuscivo a ricordarmi il nome di quella ragazza, chi fosse e dove l’avessi incontrata. Per sconfiggere il buio, l’oblio, gettai infine il capo sotto l’acqua gelida e sussultando per il freddo mi riebbi.
Certo che ricordavo! La sera prima, in casa, mia sorella Debby – 19 anni, aveva dato un pigiama party con le sue amichette del cuore. Io ed il cane Spugna eravamo stati gli unici invitati di sesso maschile.

Con poche tartine e tanto spumante sottratto dalla cantina di papà con il beneplacito di mamma, la serata aveva preso subito il verso giusto. Io, che praticamente non conoscevo nessuno, ma mi conoscevano tutte, mi misi da una parte. Ero intimorito da tanta densità di fregna fresca, che per il momento avevo potuto vedere solo brevi sprazzi durante le vacanze estive in riviera. Così mi ero ricavato un po’ di spazio su di un lato del tavolo delle vivande e mi ero messo a preparare cocktail. Oddio, forse cocktail è un parolone, diciamo che mescolavo succhi di frutta di variegata natura e spumante, per dissetare le amiche di mia sorella.
Dopo un po’ mi sciolsi e cominciai realmente a rendermi conto di che caspita di situazione stessi vivendo. Le ragazze erano tutte in pigiama e potevi vedere realmente come erano fatte. C’erano quelle morbide e seducenti, con tutte le rotondità ben in vista e dei pigiamini sensuali e coloratissimi. Poi c’erano quelle magre striminzite, con pigiami più grandi di loro in cui sguazzavano. Ed infine quelle aggressive anche nell’intimo, mini shorts, baby doll setoso, ciabattina panterata e due chili di mascara in viso. Il look perfetto per un pigiama party trash. Volevo fare delle foto, magari di nascosto per non creare confusione, e poi farle vedere ai miei amici.
Ma all’ennesimo Bellini, una tipa di nome Sabrina che Debby mi aveva presentato come la secchiona del gruppo delle sue colleghe all’università, mi prese da parte…
“Posso chiederti una cosa?” chiese in tono gentile ma con aria riservata.
“Certo…” risposi guardandola nelle palle degli occhi per capire quanto davvero fosse su di giri.
“A te va di parlare di filosofia? Perché qui non c’è nessuno che vuole parlare con me di filosofia ed io quando bevo amo molto farlo”. Rimasi un po’ perplesso da quella richiesta perché istintivamente l’avevo presa come una sfida nei miei confronti. Avevo studiato filosofia tutto il giorno per prepararmi al compito della prossima settimana e mi sentii come di fronte ad un’interrogazione.
“Ascolta, però andiamo in un posto più silenzioso… qui tra musica e casino non ci si sta…”
“Possiamo salire in camera mia” risposi come di riflesso e la invitai a seguirmi. Sulla scrivania aperto c’era il mio manuale di filosofia, su cui stavo sottolineando alcuni passaggi di un testo di Schopenhauer. Accesi la lampadina sulla scrivania e a quella vista a lei brillarono gli occhi. Cominciò a parlarmi dell’influenza di Schopenhauer su Nietzsche e dei libri che aveva letto, che le aveva prestato suo fratello professore. Era un fiume in piena ed io l’ascoltavo senza batter ciglio, rapito dai suoi racconti in cui filosofi e poeti dell’antichità prendevano forme e sembianze contemporanee.

Ad un certo punto, quando si fu come accertata di avermi rapito con i suoi racconti, mi prese una mano. Lentamente la scaldò con le sue e se la portò vicino al collo. Sentivo il calore che emanava dalla sua pelle, il sangue che pompava nelle sue vene che mi risuonava nelle mani. Lentamente si mise a soffiare sui miei polpastrelli un’aria calda e densa, profumata. Mi avvicinai meglio per sentire e lei riattaccò a parlare.. “hai presente la teoria di Feuerbach, l’Uomo è ciò che Mangia?” la guardai solo un istante per darle un cenno di assenso e lei continuò a bomba il suo racconto, nel mentre aveva fatto scivolare le mie e le sue mani all’altezza del petto. M’invitava a scoprire lentamente un seno dopo l’altro. Erano ben fatti, rotondi e pesanti fra le mani. Io non ne avevo mai toccati due così belli prima d’ora. Per palparle meglio le tette, visto che avevo capito che le piaceva, le sbottonai il pigiama. Poi attesi e presi il tempo su una delle sue pause, per infilarle la lingua in bocca. Inizialmente dimostrò alcune resistenze, più che altro sembrava volesse finire di parlare. Ma io l’azzittii definitivamente mettendo in pratica un consiglio che avevo letto su internet pochi giorni prima. Mi misi il dito medio in bocca per bagnarlo bene di saliva e dolcemente glielo infilai nella patonza. Lei ebbe alcuni sussulti di diniego ancora, ma come presi a muovermi con maggiore ritmo spalancò le gambe ed inarcò la schiena cominciando a mugolare come una micetta in calore. La sua passerina ben depilata si stava bagnando ed io approfittai per cominciare ad esplorarla inserendo una dopo l’altra dentro le altre dita, l’indice ed il pollice. Nel mentre cercavo di impegnarmi a masturbarla al meglio delle mie capacità di neofita, lei prese a palparsi le tette strizzandosi i capezzoli. Era davvero bella ed io avevo il cazzo che scalpitava nelle mutande.
Per un attimo sembrò quasi capirmi e si fermò dicendo, “Aspetta… mettiamoci in piedi”
Mi tirò giù i pantaloni e prese a scappellarmi subito con vigore. Poi si mise appoggiata ad un mobiletto dandomi le spalle. Continuava a segarmi con la mano sinistra, mentre io dal dietro potevo aver accesso alla sua fighetta tutta aperta, che sbrodolava caldi umori. Durammo cinque minuti buoni così ed alla fine quando lei cominciava a piegarsi con le mie dita all’interno della sua topa, prese a stringermi con più vigore la cappella e mi permise di sborrarle sul culo. Nel mentre il mie seme colava caldo prese a divincolarsi sotto i suoi stessi colpi e mi venne sulla mano.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

cinque + undici =